Nuove tensioni tra alleati
Dopo le indiscrezioni sulle parole dure che Donald Trump avrebbe rivolto a Benjamin Netanyahu, emergono ora nuove rivelazioni sul rapporto sempre più delicato tra Stati Uniti e Israele.
Secondo quanto riportato dalla NBC, la Defense Intelligence Agency avrebbe segnalato in un documento interno un rischio elevato legato ad attività di spionaggio israeliane negli Stati Uniti.
L’allarme della Dia
La valutazione sarebbe contenuta in un report interno di sette pagine.
Secondo l’intelligence militare americana, gli apparati israeliani cercherebbero di ottenere informazioni sensibili attraverso fonti dirette e strumenti tecnologici, prendendo di mira funzionari statunitensi coinvolti nella gestione della crisi con l’Iran.
Obiettivi divergenti su Teheran
Alla base delle tensioni ci sarebbero obiettivi strategici non del tutto coincidenti tra Washington e Tel Aviv.
La Casa Bianca punta a una soluzione negoziata, pur mantenendo la pressione sull’Iran attraverso strike mirati e operazioni limitate, secondo un modello simile a quello applicato al Venezuela.
Netanyahu vuole continuare il conflitto
Benjamin Netanyahu, invece, vorrebbe proseguire la linea dello scontro, soprattutto contro Hezbollah in Libano.
Il timore del premier israeliano è che Trump possa accettare un’intesa che finirebbe per essere presentata come un successo politico dalla Repubblica islamica.
Il ruolo del Mossad
In questo contesto, il Mossad e altri apparati israeliani sarebbero impegnati nella raccolta di informazioni.
Si tratterebbe di un’attività particolarmente delicata, perché gli israeliani conoscono bene gli ambienti politici e istituzionali di Washington e sanno muoversi all’interno dei suoi equilibri.
I possibili bersagli
Il New York Times ha indicato anche alcuni nomi tra i possibili obiettivi delle attività informative.
Tra questi figurerebbero il negoziatore Steve Witkoff, il responsabile dell’ufficio politico del Pentagono Elbridge Colby e il suo vice Michael DiMino IV.
Una notizia che è già un segnale
La stessa diffusione della notizia da parte della NBC, pur accompagnata da smentite, rappresenta un messaggio politico.
La fuga di informazioni potrebbe essere stata innescata dal governo statunitense oppure da settori dell’establishment contrari alla linea israeliana e alla copertura garantita da Trump a Netanyahu.
L’intelligence al centro della crisi iraniana
Nella crisi con l’Iran, il ruolo dell’intelligence è diventato centrale.
Secondo una ricostruzione, Trump sarebbe stato convinto a entrare in guerra da un piano presentato durante l’inverno da Netanyahu e dall’allora capo del Mossad, David Barnea.
Il piano israeliano contro Teheran
L’idea israeliana sarebbe stata quella di decapitare il regime iraniano attraverso raid mirati, provocare una nuova ondata di proteste popolari e coinvolgere l’opposizione armata, compresi i curdi.
La spallata militare avrebbe dovuto innescare un effetto domino, ma la realtà si sarebbe rivelata molto diversa dalle aspettative.
Lo scetticismo americano
L’intelligence statunitense e il Dipartimento di Stato avrebbero espresso fin dall’inizio dubbi sulla reale fattibilità dell’operazione.
Il Mossad, da parte sua, avrebbe poi replicato sostenendo che il piano non era mai realmente iniziato.
Netanyahu e il gioco delle responsabilità
Questa ricostruzione è stata letta anche come un tentativo di Netanyahu di scaricare sui servizi una parte della responsabilità politica e strategica.
Una scelta non nuova per il premier israeliano, spesso accusato dai suoi critici di attribuire ad altri le colpe delle crisi più difficili.
Nello spionaggio non esistono amicizie
Al di là del caso specifico, resta una regola di fondo: nel mondo dello spionaggio le amicizie non esistono davvero.
Gli Stati Uniti lo sanno bene, anche perché sono spesso parte attiva in attività di intelligence condotte ai danni dei propri stessi alleati.
Una lunga tradizione di sospetti
Gli episodi legati a presunte attività israeliane negli Stati Uniti non sono nuovi.
Negli anni Ottanta esplose il caso di Jonathan Pollard, funzionario del Pentagono che passò segreti a Israele, diventando uno degli scandali più noti nella storia dello spionaggio tra alleati.
Dalla Casa Bianca a Obama
Durante la presidenza Clinton fece discutere la possibile presenza di una talpa alla Casa Bianca, mai identificata.
Nel 2015, sotto Barack Obama, Israele fu sospettato di cercare informazioni sulle trattative relative al nucleare iraniano, in una situazione non troppo diversa da quella attuale.
Gli StingRay vicino ai palazzi del potere
Nel 2019 l’FBI scoprì sistemi elettronici di tipo StingRay nelle vicinanze di edifici governativi statunitensi.
Questi dispositivi sono in grado di intercettare comunicazioni cellulari e, secondo quanto riportato allora da Politico, sarebbero stati collegati al Mossad.
Il racconto di Boris Johnson
Anche in Europa sono emersi episodi controversi.
Boris Johnson raccontò che, quando era ministro degli Esteri britannico, fu trovata una cimice nel suo bagno personale al Foreign Office dopo che Netanyahu lo aveva usato poco prima.
Il paradosso dell’ascolto reciproco
Lo stesso Netanyahu, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato particolarmente prudente durante le visite a Washington per il timore di essere intercettato.
Il paradosso è evidente: anche tra alleati strettissimi, la diffidenza resta parte integrante del gioco diplomatico e strategico.
Una regola che resta valida
Le nuove indiscrezioni sullo spionaggio israeliano negli Stati Uniti non fanno che confermare una realtà antica.
Tra intelligence, guerra, negoziati e interessi divergenti, il silenzio resta spesso la condizione più comoda per ascoltare l’amico, soprattutto quando quell’amico è anche un alleato difficile da controllare.
