Una competizione fatta di chip e calcolo
La corsa globale all’intelligenza artificiale viene descritta sempre più come una battaglia industriale e geopolitica combattuta non con missili o droni, ma con investimenti, semiconduttori e potenza di calcolo.
Il saggio “Europe 2031: what getting AI wrong means for us” immagina un futuro in cui l’Europa perde terreno in modo progressivo rispetto agli Stati Uniti, fino a ritrovarsi dipendente dalle tecnologie americane in un settore destinato a trasformare lavoro, economia e vita quotidiana.
Caroline Dubois e il confronto con gli Stati Uniti
Il racconto segue Caroline Dubois, funzionaria francese a Bruxelles, che dopo un viaggio negli Stati Uniti comprende quanto il divario tecnologico tra le due sponde dell’Atlantico sia più profondo di quanto l’Europa voglia ammettere.
Secondo lo scenario del saggio, dal 2025 le aziende americane accelerano con investimenti da centinaia di miliardi di dollari in data center e supercomputer, mentre l’Europa interpreta l’IA come una possibile “bolla” destinata a sgonfiarsi.
L’illusione europea del modello leggero
I leader europei, nella ricostruzione degli autori, ritengono di poter competere senza sostenere costi enormi per la potenza di calcolo, puntando invece su norme severe, modelli più agili e capacità regolatoria.
A rafforzare questa convinzione arriva l’exploit del cinese DeepSeek, che promette di sviluppare il modello R1 con una frazione dei costi sostenuti da ChatGPT di OpenAI o da Claude di Anthropic, dichiarando prestazioni comparabili.
Ma quella lettura si rivela miope: l’Europa finisce per controllare appena il 5% della potenza di calcolo mondiale, mentre l’80% si concentra nelle mani dei grandi gruppi americani.
InvestAi e i limiti dei fondi europei
All’inizio del 2026, l’Unione europea prova a recuperare terreno con programmi come InvestAi, annunciando mobilitazioni finanziarie fino a 200 miliardi di euro.
Nel saggio, però, gran parte di quelle risorse risulta composta da fondi già esistenti e riciclati. Solo una quota limitata è realmente nuova, distribuita inoltre su un arco di cinque anni.
Il confronto diventa impietoso: gli investimenti europei previsti per un decennio equivalgono a quanto una singola big tech statunitense può spendere in un solo trimestre.
Regole severe e strumenti deboli
La dipendenza tecnologica viene aggravata dalle norme europee sulla privacy, che impediscono ai dipendenti pubblici di usare i modelli americani più avanzati perché considerati “rischiosi”.
Al loro posto vengono adottati “wrapper”, software interni sostitutivi che nello scenario descritto risultano obsoleti o perfino inutilizzabili.
Il risultato è un paradosso: l’Europa regola una tecnologia che non possiede, che non può utilizzare pienamente e che molti suoi funzionari non comprendono a fondo.
Claude Mythos cambia la scala della sfida
Il divario si amplia nell’aprile del 2026, quando Anthropic lancia Claude Mythos.
Il modello viene presentato come capace di programmare a un livello avanzatissimo e di individuare vulnerabilità informatiche rimaste nascoste per decenni nei software.
Mythos riesce a risolvere in poche settimane problemi tecnici che decine di specialisti non erano riusciti a chiudere in anni, trasformando Anthropic in una delle organizzazioni informatiche più potenti del pianeta.
Project Glasswing e l’accesso selettivo
Di fronte al rischio che Mythos diventi un’arma di distruzione informatica di massa, Anthropic decide di non rilasciarlo subito al pubblico, per consentire ai difensori informatici di correggere le falle più gravi.
Gli Stati Uniti blindano quindi la tecnologia attraverso Project Glasswing, una coalizione difensiva che concede accesso esclusivo al modello a pochi partner selezionati.
Tra questi figurano il Pentagono, il governo del Regno Unito e grandi gruppi tecnologici americani come Microsoft, Google, Apple, Nvidia e AWS.
L’Europa resta fuori dalla cerchia strategica
Nel frattempo DeepSeek, pur con un nuovo modello rilevante, resta almeno sei mesi indietro rispetto alla tecnologia statunitense.
Il limite principale non è solo algoritmico, ma infrastrutturale: manca la potenza di calcolo necessaria per sostenere un modello su larga scala.
Quando Anthropic propone di allargare l’accesso a Mythos ad altre settanta organizzazioni, molte europee, la Casa Bianca si oppone con una motivazione netta: “Non è sicuro”.
Washington controlla i modelli di frontiera
Il presidente degli Stati Uniti firma inoltre un ordine esecutivo che impone una revisione preventiva dei modelli di frontiera per valutarne i rischi di sicurezza.
La direttiva garantisce fino a 30 giorni di accesso federale esclusivo prima del rilascio pubblico e introduce controlli sui “partner fidati” autorizzati a utilizzare in anticipo le tecnologie più avanzate.
In questo quadro, i modelli americani di cybersicurezza arrivano in Europa con un ritardo da due a sei mesi, troppo vicino alla frontiera open source e dopo che gli hacker statunitensi ne hanno già ottenuto accesso.
Il divario infrastrutturale
Il saggio evidenzia anche una distanza enorme nella capacità fisica di calcolo.
Il più grande supercomputer per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti raggiunge 1.250 megawatt, mentre il più grande in Europa arriva appena a 83 megawatt.
Il progetto europeo delle Gigafactory procede in ritardo, con l’entrata in funzione rinviata al 2029, mentre i vincoli di bilancio costringono a ridurre le ambizioni iniziali.
Il rischio open source nel 2027
La prima frattura ipotizzata arriva nel giugno 2027, quando un laboratorio cinese riesce a clonare le capacità di Mythos e pubblica online un modello simile, gratuito e open source.
Da quel momento ogni gruppo di hacker può disporre di uno strumento informatico estremamente potente, capace di mettere sotto pressione ospedali, università e amministrazioni pubbliche.
Le agenzie europee obbligate per legge a usare cloud e software europei diventano bersagli più vulnerabili, mentre si salvano meglio quelle che hanno scelto di pagare aziende americane per protezioni digitali avanzate.
Il 2028 e la nuova dipendenza industriale
Nel 2028, secondo lo scenario, i progressi dell’IA statunitense creano un distacco quasi impossibile da recuperare.
L’Europa, pur aumentando investimenti e produttività, rischia di affrontare una nuova crisi dei microchip.
Nel 2029 questa carenza potrebbe innescare un confronto geopolitico tra Stati Uniti e Cina, con Washington pronta a introdurre un controllo strategico della tecnologia.
Europa relegata a un accesso di secondo livello
In questa ipotesi, i Paesi di “serie A”, come il Regno Unito, mantengono accesso pieno alle tecnologie americane, mentre l’Unione europea viene collocata in una fascia inferiore.
I fornitori statunitensi potrebbero dimezzare i token destinati all’Europa e raddoppiarne i prezzi.
Una scelta del genere colpirebbe anche le imprese europee più innovative, che nel frattempo avrebbero costruito servizi e prodotti basandosi sull’intelligenza artificiale americana.
Il rischio economico entro il 2030
Entro il 2030, con l’IA sempre più centrale in ogni settore, l’economia europea potrebbe entrare in una fase di declino strutturale.
Mentre i colossi americani continuerebbero a crescere di valore, molte fabbriche europee potrebbero trovarsi in difficoltà, con marchi storici venduti a prezzi ridotti.
L’espansione dell’intelligenza artificiale e dei robot avanzati ridurrebbe i posti di lavoro, mentre in Europa calerebbe il gettito fiscale e aumenterebbero i tassi d’interesse, alimentando tensioni sociali nell’Eurozona.
Il nodo ASML nel 2031
Nel 2031 lo scenario raggiunge il punto più critico. L’unica azienda europea ancora vitale su scala globale sarebbe l’olandese ASML, produttrice dei macchinari a luce ultravioletta estrema, Euv, necessari per realizzare i microchip più avanzati.
Proprio per questo, ASML diventerebbe una leva strategica scomoda nel confronto tra Stati Uniti e Cina sulla robotica e sull’intelligenza artificiale.
Washington potrebbe chiedere che l’azienda venga ceduta a una holding mista, per evitare che finisca sotto un’influenza considerata ostile.
Il bivio geopolitico per l’Europa
Se l’Europa accettasse, perderebbe l’ultima grande leva industriale strategica, trasformandosi in una sorta di protettorato economico americano in cambio di sussidi tecnologici.
Se rifiutasse, gli Stati Uniti potrebbero applicare sanzioni o declassare l’Unione europea al livello di Paesi ostili, come l’Iran, interrompendo l’accesso all’ecosistema americano dell’intelligenza artificiale.
Il salto al 2034
Il saggio si chiude con un ulteriore salto temporale al giugno 2034.
Caroline Dubois ha lasciato Bruxelles e si è trasferita in Nuovo Messico. I 9.000 chilometri tra Europa e Stati Uniti non sono più soltanto una distanza geografica, ma il simbolo di un divario tecnologico diventato enorme.
Il Vecchio Continente viene descritto come un’area ormai marginale, sostenuta da turismo e sussidi esteri dopo aver perso la più grande rivoluzione industriale della storia umana.
Un avvertimento sulla sovranità digitale
Lo scenario resta ipotetico, ma il messaggio è netto: il problema europeo non sarebbe la mancanza di talento o di risorse, bensì l’assenza di coraggio strategico.
La dipendenza digitale dagli Stati Uniti, secondo questa lettura, dovrebbe spingere l’Europa a interrogarsi sulla propria sovranità tecnologica.
Perdere il controllo sull’intelligenza artificiale significherebbe rischiare anche il futuro geopolitico ed economico del continente. Il cambio di traiettoria è ancora possibile, ma il tempo per agire non è illimitato.
